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scritto da katherin il lunedì, 30 aprile 2007,16:14

LE ONDE ED IL VENTO


Capitolo I

La casa misteriosa

    L'altoparlante gracchiò appena e l'assistente di volo avvisò i passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza. Era stato un volo tranquillo, ma con un cielo così celeste e degli alberi così verdi non poteva essere diversamente. Una splendida giornata di fine primavera che segnava l'inizio di un lungo periodo di riposo.
    Evelina aveva sempre sognato di potersi allontanare un po' da quello che era il suo vivere quotidiano, poter dimenticare tutto e tutti portando con sè solo i suoi pensieri migliori, quelli che non la facevano sofrire. Era abituata a convivere con la soliltudine, anche in mezzo alla gente, ma ora voleva una solitudine diversa, vera, trascorsa magari a riflettere, a passeggiare lungo la spiaggia, una solitudine che non faceva male, una solitudine piacevole nella trasparenza dei suoi pensieri.
    Il rumore sordo del carrello allontanò la sua mente da quei pensieri e le fece intuire che ormai era a terra e che stava per avverarsi il suo desiderio, un desiderio che sarebbe durato circa tre mesi,
    Prese il bagagliaio dal rullo, un solo borsone. Aveva voluto portare con sè solo il necessario, lasciare alla civiltà i suoi legami con essa ed avere un contatto, il più stretto possibile, con la natura.
    Come promessole dall'agenzia, trovò una macchina ad attenderla all'aereoporto. L'avrebbe condotta in quella che per un po' sarebbe stata la sua casa.
    Un autista garbato, di poche parole, la fece accomodare all'interno e si prese cura del suo bagaglio.

    Man mano che si allontanava dalla città il paesaggio diventava brullo e si sentiva sempre più forte l'odore dei cespugli di rosmarino misto all'odore del mare. Le sembrò per un istante di essere tornata bambina, e quando scorse le prime onde azzurre oltre la strada che correva veloce, avvicinò il viso al vetro come fanno solo i bambini.
    Amava il mare più di qualsiasi altra cosa ed era impaziente di giungere alla piccola abitazione che aveva affittato, proprio in prossimità della spiaggia.

    La macchina la lasciò sola, come richiesto, e svanì mentre Evelina aveva ancora gli occhi fissi su quella casa bianca, dalla veranda di legno intagliato.
    Aprì la porta con la mano tremante. Sapeva già coa l'aspettava. Servizi, una camera da letto ed un salone, vetrate sul mare ed un camino per scaldarsi quando il vento avrebbe sferzato la schiuma delle onde, o quando la tristezza le avrebbe fatto compagnia per una sera.
    Tolse le scarpe ed il contatto con il parquet fu estremamente piacevole. Era la prima emozione che provava in quella casa e non l'avrebbe certo dimenticata.
    Dischiuse le tende che oscuravano le finestre impedendole di godere dell'immensità del cielo e del blu cobalto del mare, Si sentì inebriata. Avrebbe voluto restare lì a lungo per fare suoi anche i colori del tramonto, ma la stanchezza del viaggio, comodo ma snervante, le fece prendere la borsa e raggiungere la camera da letto. Si liberò in fretta del tailleur, ultima sua catena con la civiltà, fece una doccia ed indossò un vestito bianco, lungo, semplice come i suoi desideri,
    Con i capelli neri, fluenti, leggermente ondulati ed ancora bagnati, il cappello in una mano ed i sandali nell'altra, Evelina si avviò verso la spiaggia.

    Il viottolo si snodava tranquillo in mezzo alla macchia mediterranea, ancora coperta dai colori primaverili. Il forte odore di rosmarino riempiva le sue narici e le fece venire alla mente sapori ormai distanti, ma mai dimenticati,
    Giunse alla spiaggia dalla fine sabbia bianca, silenziosa, appena accarezzata dalle onde della risacca. Un silenzio irreale. La tranquillità che desiderava da tempo.
    Guardò fisso il mare, quella distesa che lambiva anche i suoi pensieri e li trascinava via senza che nessuno si chiedesse dove li aavrebbe condotti. Restò a lungo in piedi ad ammirarlo, con gli occhi persi tra glli scintillii dorati, poi si diresse verso gli scogli che erano alla sua destra, poco lontani,
    Ormeggiata poco oltre notò una piccola imbarcazione a vela. Nn era ben visibile, ma l'albero svettava nel cielo, immobile, come segnalasse la sua presenza, come volesse farsi notare, Restò meravigliata, non si aspettava di trovare qualcosa che la facesse pensare alla presenza di un'altra persona. Vagò con lo sguardo a cercarne il proprietario, ma era sola, come aveva desiderato.
    Si sedette sugli scogli e si abbandonò alla carezza del vento che sapeva di salsedine. Le piaceva quel sapore un po' selvaggio e non le dava fastidio il sole sulla pelle. Al contrario, a volte, quando nessuno la vedeva, le piaceva assaporarlo dalle sue braccia, ed ora non la vedeva nessuno.
    Stette a lungo seduta, fin quasi al tramonto e solo quando anche l'ultimo gabbiano smise di volare si avviò di nuovo verso casa.

    Seguiva la sua ombra che la precedeva, senza mai attardarsi, la seguiva attenta con lo sguardo perso ancora nel rosso del sole calante, poi sollevò il viso e rimase stupita.
    Scendendo non l'aveva vista, ma ora, risalendo per il sentiero, notò quasi tutt'uno con la roccia, un'altra abitazione.
    Si fermò cercando di sentire se provenissero dei rumori dlal'interno, ma anche se ci fossero stati forse era troppo lontana per poterli udire. Forse era disabitata, o così sembrava. Le passò quell pensiero per la mente, come volesse difendere il suo desiderio di pace.
Risalì ancora lungo il viottolo, ma gli occhi non seguirono più l'ombra, sicuri di potersi fidare di lei, ma rimasero fissi su quella vecchia casa, curiosi.
    Si accorse che sul davanti era parcheggiata una vecchia automobile che qualcuno avrebbe definito d'epoca, ma che a lei sembrava solo un catorcio. Forse era abbandonata anch'essa.
    Non si pose ulteriori domande e proseguì verso la sua dimora. Entrò e, nonostante ci stesse da poco, le sembrò di essere rientrata a casa, come fosse sua da sempre.
    Sorrise sentendosi già più serena, ma ben presto si rese conto di non aver nulla da mangiare. Per fortuna aveva conservato i biscotti, omaggio della compagnia aerea. Dovette accontentarsi di quelli, ma si ripromise di scendere in paese la mattina seguente.

    L'emozione la fece tardare a prendere sonno, malgrado il silenziio fosse totale, rotto soltanto dallo sciabordio delle onde.
    Dormì con le tende aperte per poter vedere il mare tutte le volte che avesse girato lo sguardo. Pensò anche che, se la casa adiacente fosse stata abitata, probabilmente il proprietario avrebbe potuto vedderla, ma prima di rinunciare a lasciarsi cullare piano e dormire fra le onde, avrebbe chiesto informazioni più precise in paese.

    La luce del sole che si rifletteva sulla vetrata la svegliò. Erano appena le sei, ma ad Evelina piaceva alzarsi presto.
    Laciò che il capo le cadesse sul petto, sconsolato, quando si accorse di non avere il caffè. Rinunciare alla colazione mattutina la metteva di malumore e, in un altro momento, le avrebbe rovinato la giornata, ma non quel giorno, quel giorno il cielo era celeste e gli alberi più verdi del solito. Era troppo felice di essere lì e d'altra parte sarebbe presto scesa in paese per fare la spesa.

    Controllò che il proprietario le avesse lasciato, come promesso, una bicicletta sul retro, Sì, c'era.
    Erano anni che non ne usava una, ma il pensiero di ricominciare non la spaventò, anzi le procurò subito una sensazione piacevole, quasi di sfida.
    Si lavò, indossò dei pantaloni corti ed una maglietta e salì in bicicletta. Era vero che alcune cose, una volta imparate, non si dimenticano più, anche se all'inizio vacillò parecchio prima di acquistare una certa sicurezza.
    Le ci volle un'ora per raggiungere il paese, che probabilmente viveva per lo più in piena estate. Molti negozi erano chiusi, ma la città restava troppo lontana. Non era ancora allenata a coprire quella distanza.
    Ripensò alla vecchia Mercedes abbandonata. Se la casa tra gli scogli non fosse stata disabitata, forse avrebbe potuto prenderla in prestito qualche volta, magari solamente quando c'era pioggia e quando avrebbe avuto bisogno di fare una spesa più consistente.
    Entrò nel primo negozio aperto. Vendev aun po' di tutto, dai prodotti alimentari ai capi d'abbigoiamento, agli articoli sportivi. Le sembrò una sorta di emporio.
    Comprò il necessario per sopravvivere qualche giorno ed acquistò una canna sa pesca con relativi accessori e dei gamberetti da usare come esca. Non si ricordava più quanto tempo fosse trascorso dall'ultima volta che aveva pescato e non vedeva l'ora di provare di nuovo. Scorse anche degli acquerelli ed una vecchia tela, li prese senza pensarci due volte e sorrise alla sola idea di dipingere. Amava farlo.
    La ragazza alla cassa era socievole ed Evellina le disse che si sarebbe trattenuta per circa tre mesi, cercò anche di spiegarle dove avrebbe risieduto per quel periodo di tempo.
"Ma è qui per lavoro?" la voce della ragazza suonò sorpresa più che interessata.
"Assolutamente no, solo per riposarmi e ritrovare me stessa"
"Non le eriuscirà difficile...vista la completa solitudine del posto" aggiunse la cassiera con fare quasi rassegnato, come se avesse volentieri scambiato le loro due vite.
"Veramente ho notato che non è isolato del tutto. Proprio vicina alla mia c'è un'altra abitazione, quasi scolpita nella roccia. Sa se è abitata?" domandò ancora Evelina, mentre infilava la spesa nelle buste color cartone.
"Sapevo di quest'altra abitazione, ma non ho mai visto nessuno di quella casa scendere in paese per fare provviste. Non so che dirle" Pigiò l'ultimo tasto e lo scontrino si arrotolò su se stesso.
    Decisero di darsi del tu. Si chiamava Nora. Si salutarono sapendo che si sarebbero riviste, poi Evelina uscì e sistemò la spesa nel porta oggetti posteriore che era stato montato sulla bicicletta e si rese conto che la curiosità di sapere la stava catturando.

    Fece un giro per il paese. Una piazza, una chiesa. Un paese come tanti altri. Delle donne anziane erano intente ad intagliare il sughero e ad eseguire lavori con il tombolo. Facevano piccoli oggetti da vendere durante la stagione estiva, mentre nel piccolo porto desolato, degli uomini con il viso segnato dal tempo e dal sole parlavano fra di loro, riparando le reti ed osservandola curiosi. Si sentì a disagio, forse a causa dei pantaloni corti.
    Riprese quindi la bicicletta e si diresse verso la "sua" casa. Si accorse che pedalare in salita e con il cestello carico era molto più faticoso. Si fermò un paio di volte per riprendere fiato. La seconda volta proprio di fronte a quella casa misteriosa e notò con stupore che la macchina non era parcheggiata come la sera precedente. Qualcuno l'aveva usata.
    Cercò di sbirciare all'interno. ma le persiane, erose dal mare e storte dal tempo, non lasciavano intravedere nulla. Proseguì promettendosi di non porsi troppe domande, voleva solo sapere chi abitasse in quella specie di catapecchia, per sua sicurezza personale o forse per inconfessata curiosità.
    Aveva impiegato l'intera giornata a fare compere e a girovagare per il paese e giunse a casa che era quasi ssera.
    Scaricò e sistemò la spesa nella dispensa, si prese il caffè tanto desiderato, scelse un libro e si sdraiò sul letto a leggere. Dedicò ancora qualche minuto a ripercorrere gli avvenimenti di quella sua prima giornata, poi il sonno la vinse e dimenticò tutti gli interrogativi che affollavano la sua mente.





Capitolo II

Un nuovo inizio

    Era pesante dover ogni santo giorno raddrizzare quella maledetta persiana che, forse per l'umidità del giorno o il fresco della sera, metodicamente si storceva ed usciva dalle cerniere che ormai solo il ricordo del tempo passato teneva ancorate al muro e continuava a far sì che nn cadessero a terra.
    Era piuttosto pesante dover con entrambe le mani afferrarla e con un colpo, pregando che non cadesse del tutto, rimetterla più o meno a posto per poterla nuovamente aprire.
    Quell'operazione nel tempo aveva assunto il significato di una specie di purgatorio, una specie di prova per meritarsi quello che si nascondeva fuori,
    Quel giorno il cielo era celeste e quel giorno, come tutti gli altri giorni, fuori da quella finestra il panorama era fatto solo ed unicamente di un muro di terra ricoperto da alberi. Alberi in quella stagione verdissimi, ma soprattutto altissimi.
Da piccolo era corso molte volte ad affacciarsi dalle finestre di tutte le stanze ed il panorama cambiava molto. Solo con l'età aveva capito che la sua stanza era situata in modo che la finestra si affacciasse sul muro, ma comunque la sua curiosità si era spinta sempre al di là di quegli alberi, verso l'entroterra. Sarà stata l'abitudine, sarà stato perchè nessuno gli aveva mai regalato il mare.
    Anche quella mattina il colpo aveva permesso di aprire la finestra, ma lui aspettava cosciente il giorno che non si fosse aperta. Erano odiosi quei momenti in cui bisognava per forza fare qualcosa, perchè inevitabile, ma per fortuna anche quel giorno avrebbe fatto aspettare il domani.
    Il cielo era celeste, a destra il verde che in alto si mescolava con l'azzurro, a sinistra una casa. Una casa che ogni anno, in quella stagione, affittavano ai vacanzieri. Casa di redente costruzione che con la sua ombra accorciava i suoi tramonti, ma solo di poco.
    Quella mattina il cielo era celeste, quel mattino il vento agitava forte le foglie. quel giorno sembrava iniziato tutto nel migliore dei modi, così pensava lui ogni volta che la finestra si lasciava aprire senza cadere.
    La sua vita era fatta di piccole scaramanzie come quella. Tutto ciò che si muoveva, o no, aveva un significato in rapporto ad un ricordo, ad una parentesi già vissuta, ad anni di silenzi.
    Quando si era innamorato era successo dopo aver fatto determinati gesti ed ora li ripeteva uguali anche se non avevano ancora dato l'effetto desiderato, e così per ogni cosa che doveva intraprendere. Si poteva dire che era particolarmente scaramantico e quel mattino la finestra si era fatta aprire come al solito, quindi sarebbe stata una giornata sicuramente positiva, almeno finchè non avesse incontrato altri minuscoli segnali sulla sua strada, altri piccoli sbarramenti scaramantici che solo lui sapeva interpretare e che avrebbero potuto presagire un pericolo per il suo equilibrio, per la sua tranquillità. Interpretazioni piuttosto arbitrarie che non seguivano una logica ferrea, più che altro sensazioni a pelle, ed era capacissimo di indirizzare tutto in base a ciò che si aspettava, in base a quello aveva voglia gli accadesse e in questo riusciva benissimo a prendersi in giro.

    Quel mattino il cielo era celeste, glli alberi erano più verdi del solito, quel giorno dietro quelle colline non c'era niente, perchè il niente per lui era serenità, era nessun imprevisto, era la finestra che si era aperta senza problemi.
    C'erano state delle volte in cui aveva pensato di guardare oltre quegli alberi, ma subito la sua paura dlel'imprevisto gli aveva fatto accantonare l'idea folle di mettersi nei guai. Il muro verde andava attraversato con tutte le regole che necessitava, si ripeteva, non andava aggirato con artefici, quali salire sul tetto, perchè se lo si prendeva in giro, puniva.
    Questa era una convinzione fortissima dentro di lui e solo raramente l'aveva messa in discussione, ma quella mattina il cielo era celeste, gli alberi più verdi del solito, la finestra si era aperta senza problemi e quindi una sbirciatina poteva anche darla.
    Sapeva che stava rischiando, sapeva che avrebbe potuto trovare qualssiasi cosa, ma per la prima volta era attratto dal quel "qualsiasi" che per molti anni era stato cancellato dal suo vocabolario, era come se sentisse uno strano ento nell'aria quieta, quasi un profumo.
    Salì le scale che portavano in cima al tetto, ripide, vecchie, piene di schegge che scricchiolavano sotto il peso di quella decisione che aveva atteso tempo, tempo per maturare, tempo per essere presa.
    Posò i piedi uno per volta. Ad ogni gradino un lamento del legno, un avvertimento e ad ogni gradino un pretesto per ripensarci, ogni gradino la ricerca di un buon motivo per tornare indietro, ogni scricchiolio un segnale di pericolo chiaro, limpido, ma niente poteva ormai farlo rinunciare.
    D'altronde il cielo era celeste quella mattina e gli alberi più verdi del solito e la finestra si era aperta troppo tranquillamente.

    Evelina fu colpita dalla luce che solo il chiarore dll'alba sapeva emanare, una luce soffusa pronta a scomparire quando il sole avesse reclamato il suo posto in quell'angolo di cielo.
    Aprì gli occhi ed il mare era lì, immobile nel suo moto continuo. Sorrise appena e si sentì serena. Allargò le braccia sul letto e le infilò sotto i due soffici guanciali  punteggiati di fiori ricamati. Inspirò profondamente il profumo del silenzio, del parquet, delle lenzuola fresche di bucato, del mare e rimase con gli occhi chiusi ad ascoltare la pace, ad ascoltarsi.
    Inspirò ancora con il medesimo desiderio, poi si alzò con gioia, pronta a vivere una giornata indimenticabile. Guardò fuori dalla vetrata, i colori del mare. Fissò i gabbiani che si tuffavano per pescare e si ricordò della sua infanzia.
    Era tanto tempo che non pescava. Aveva imparato insieme a suo padre e le era sempre piaciuta quell'attesa silenziosa, quel rimanere immobile, quel seguire attentamente il galleggiante trasportato dalla corrente.
    Sì, sarebbe andata a pesca inq uella mattina in cui il cielo era celeste e gli alberi più verdi del solito, il mare calmo ed il vento quasi impercettibile.
    Si avvicinò alla vetrata, diede uno sguardo distratto alla casa misteriosa. Le persiane sbilenche erano state aperte. Ora aveva la certezza che fosse abitata.
    Si chiese come mai il proprietario non avesse mai pensato a ripararle, a dare una mano divernice, sostituendola con quella che ormai cadeva a pezzi.
    Pensò che le sarebbe piaciuto abitare in una casa del genere, magari risistemata, così vicino al mare, incastonata come un gioiello nella roccia, tanto da sembrare tutt'uno con essa.
    Non vide nessuno, nessun movimento che le rivelasse la presenza dell'inquilino. Si vestì mentre sorseggiava il caffè, poi prese le sue cose ed uscì.

    Faceva fresco e camminò spedita verso gli scogli che le sembravano l'unico punto dove poter pescare, eccezion fatta per la barca. Pensò che se fosse stata a remi non avrebbe avuto problemi a cavarsela, ma non sapeva se era in grado di manovrare una barca a vela, anzi non lo era di sicuro.
    Si stupì nel rendersi conto che da quando era lì, già due volte aveva pensato di usare cose non sue, prima la macchina ed ora la barca a vela, e dire, invece, che da parte sua era gelosissima di ciò che le apparteneva e aveva sempre rispettato la proprietà altrui.
    I pensieri le fecero compagnia sino a che raggiunse gli scogli. La pietra era fresca, non ancora scaldata dai raggi del sole che le accarezzavano le spalle.
    Il profumo del mare la sorprese, guardò ancora le onde scoprire gli scogli per poi riprenderli, infine mise l'esca sull'amo e lanciò la lenza.
    Un piccolo rumore sordo e il galleggiante raggiunse la superficie immobile dell'acqua ed iniziò a seguirne il moto. Quando arrivava sotto lo scoglio Evelina tirava la canna e la lanciava di nuovo. Non le importava se la pesca sarebbe stata proficua o meno, voleva solo godere di quei momenti. Ascoltare il silenzio del mare, l'insistere della risacca contro gli scogli, le grida dei gabbiani, il rumore sordo dell'acqua che lambiva la barca.
    Le venne voglia di dipingere all'improvviso come se sentisse il momento scorrerle fra le dita. Dipingere il mare, dare il movimento alle onde, era una delle cose più difficili da realizzare, ma lei avrebbe voluto imprigionare anche i profumi, le sensazioni, l'emozione semplice di quell'istante atteso, ma pur sempre improvviso.

    La canna trasmise alle sue mani un leggero tremito. Evelina aspettò qualche secondo, poi un colpo secco. Ora sentiva chiaramente il pesce dibattersi, imprigionato in quella piccola trappola. Era sciocco, ma si sentiva emozionata, come da bambina, sorrise. Non voleva fare mosse false che le facessero perdere la preda. Si ricordò degli insegnamenti del padre, nessuna fretta di tirarla fuori dlal'acqua, si sarebbe liberata e l'avrebbe persa. Doveva invece stancare un po' il pesce, lasciargli la lenza e poi tirarlo su. Quando lo fece si accorse che non era poi così grande come aveva immaginato dalla forza con la quale tirava. Non seppe definire che pesce fosse, un pesce azzurro sicuramente, uno di quelli con una piccola barretta nera sulla cosa.
    Slamò il pesce con delicatezza e si accinse a riporlo, ma si accorse che non aveva preso niente dove conservarlo, forse non ci aveva sperato neanche di prendere veramente qualcosa. Il cappello pensò. Se lo tolse e vi mise la preda dalla coda segnata.

    Ora i raggi del sole erano più caldi, si sentiva piacevolmente avvolta nella loro carezza. Portò la mano al viso e si deliziò del profumo di mare, l'odore vivo che era passato dlal'argento lucente della sua preda alle sue dita. Le ricordò le mani del padre, le sue carezze ed i lunghi silenzi sulla scogliera, silenzi in cui si sentivano davvero vicini.
    Si tolse il vestito, rimanendo in costume e si calò dagli scogli. Il contatto con l'acqua le diede un brivido, era fredda, ma le piaceva. Poche bracciate la scaldarono. Non era una grande nuotatrice ed evitò di allontanarsi troppo dalla riva.
    Si lasciò toccare a lungo da quell'acqua trasparente, carezzevole come le mani di un amante, poi risalì da dove era discesa e si passò le mani sulle braccia per sentire la pelle accarezzata dall'acqua. Vide il pesce che si dibatteva ancora nel cappello, un unico piccolo pesce. Non valeva la pena sacrificare la sua vita ed inoltre l'emozione era stata prenderlo, non lasciarlo dibattere in quel cappello, come un uomo al quale mancava l'aria e annaspava nel vuoto alla ricerca di un soffio di vita. Lo prese e lo rimise in acqua. Un unico guizzo ed era già sparito.
    Restò sugli scogli per asciugarsi un poco, poi infilò di nuovo il vestito e si diresse verso casa. Fu allora che lo vide, proprio mentre faceva quella ripida salita, al ritorno così faticosa. C'era qualcuno sul tetto di quella casa.
    Alzò il braccio per rivolgergli un saluto amichevole. L'uomo non rispose e si affrettò a ridiscendere quei gradini che l'avevano portato così in alto, quei gradini che gli avevano dato la possibilità di poter spaziare con lo sguardo, quei gradini salendo i quali gli sembrava di poter intingere il dito nel colore del cielo.
       Evelina rimase stupita. Era cortesia rispondere ad un saluto di convenienza. Chi si credeva di essere?





Capitolo III

L'incontro

    Bussò alla porta che non era in condizioni migliori delle finestre. Scrostata anch'esssa, esposta alle intemperie e all'azione corrosiva della salsedine.
    Sentì rumore di passi che si fermarono proprio dietro l'uscio. lo immaginò con l'orecchio appoggiato su di esso per percepire ogni suo minimo movimento, ma soprattutto per sentire il momento in cui si sarebbe allontananta, ma Evelina non aveva nessuina intenzione di darsi per vinta.
"Apra per favore...sono l'inquilina della casa accanto...mi chiamo Evelina"
"Io non posso...non sono in ordine" rispose una voce giovane quanto bugiarda.
"Un minuto fa lo era..stava sul tetto...apra per favore...non voglio mica mangiarla" insistette Evelina con tono scherzoso, ma leggermente infastidito.
    Uno scricchiolio, come se si aprisse una porta collocata fra il tempo e lo spazio, e lui er alì. Un uomo di circa trent'anni, capelli corti, occhi profondi, figura atletica.
    Evelina, per ridere, aveva concepito tre categorie di uomini: belli e sciocchi, brutti e interessanti, speciali. Lui non era nè bello, nè brutto e non conoscendolo non poteca sapere se era sciocco o interessante. Per inserirlo nella categoria "speciale" doveva dimostrare di essere proprio una persona al di fuori del comune.
"Non mi invita ad entrare? Sono accaldata...ho sete, accetterei molto volentieri qualcosa di fresco" domandò lei con un sorriso dolce, mentre con il cappello si sventolava, nonostante ora fosse sotto la tettoia, al riparo del sole che tanto amava.
    Sorrise ancora e l'uomo, senza una parola, si spostò per lasciar passare quelle labbra.

    Quella donna stava invadendo la sua dimora, era entrata dentro la sua casa come un vento fresco, ma era tanto tempo che nessuno gli sorrideva così, tanto tempo che un vento leggero non lo sfiorava.
"Pensavo che la casa fosse disabitata, viste le condizioni delle imposte e dei muri esterni..." disse lei guardandosi in giro come per rassicurarsi che le travi reggessero ancora, poi, d'un tratto, lo guardò imbarazzata, quasi avesse rotto qualcosa.
"Mi scusi non volevo...accidenti non ho ancora imparato a tacere...non volevo essere scortese."
    Lui non disse nulla, rimase a qualche passo da lei, ancora nei pressi della porta, in attesa che il vento smettesse di soffiare ed uscisse con il suo cappello.
    All'interno la vecchia casa era ordinata, pulita ed Evelina notò con sorpresa, appoggiata su di uno scrittoio in un angolo, un avecchia macchina da scrivere.
    L'uomo, rassegnatosi senza una parola a quella visita inattesa, si avvicinò alla credenza, oltre il tavolino di legno, aprì il piccolo frigorifero e versò dell'acqua in un bicchiere.
    Evelina si tolse il cappello e lo poggiò sul tavolo. Prese il bicchiere, sorseggiò appena e non potè fare a meno di guardare la credenza antica e di ricordare. Si sentì di nuovo bambina.
    Quella credenza e lo stesso bicchiere finemente lavorato le ricordarono la vecchia cada della nonna. Le sembrò di vederla ancora. Il grande salone, il soffitto alto, come non ne fanno più e le imposte pesanti sempre chiuse, quell'aria ferma e quell'atmosfera scura dove ogni cosa era degna di attenzione, come i bicchieri antichi, dal vetro sottile e fragile, troppo per le mani distratte di una bambina. SI ricordò di quella casa dai profumi ignoti, come di tempo andato e ricordi stanchi, e adorna di oggetti così vecchi da divenire rari e misteriosi agli occhi ingenui della sua fanciullezza. Quanti segreti, quanti misteri aveva custodito quella casa. Ogni oggetto un vecchio tesoro, ogni oggetto un affascinante ricordo, una storia passata. Quanto aveva sognato in quella casa.
    Provò una piacevole sensazione, un bel ricordo, ma l'odore della sabbia e del mare la riportò in quella casa sulla scogliera.
"Lei fa lo scrittore?" domandò più che curiosa, mentre posava delicatamente il fragile bicchiere sul tavolo, come fosse ancora in quel ricordo, ancora bambina, come le aveva sempre raccomandato la mamma.
    Per un attimo le venne in mente il romanzo "Shining", ma l'uomo non poteva essere un pazzo, i suoi occhi erano limpidim non avevano nessun barlume di follia e poi quella mattina il cielo era celeste e gli alberi più verdi del solito.
"Ci ho provato tempo fa...tanto tempo fa...poi mi sono detto che forse non avevo niente da dire" rispose lui rimanendo a fianco della credenza e fissando il bicchiere in modo nervoso.
"Ma è matto?" sbottò lei prima di accorgersi che stava cadendo nel solito errore.
"Scusi...non volevo...è che tutti hanno qualcosa da dire, magari solo a loro stessi" continuò più dolcemente avvicinandosi alla macchina da scrivere.
    Prese alcuni fogli posti vicino ai vecchi tasti e iniziò a leggere, come se guardare nelle emozioni altrui fosse lecito, sempre.
    L'uomo la osservava, non osava fermare quell'uragano che era entrato nella sua casa o forse non voleva farlo.
    Evelina si sedette, deglutì forzatamente, sentì la pelle fremere. Per una volta tanto nella vita non aveva parole.
    Quell'uomo scriveva parole meravigliose, raccontava di una donna, come se fosse unica, speciale. Aveva un modo particolare di trasmettere emozioni e riusciva a farle vivere in prima persona.
    Pensò con desiderio che le sarebbe piaciuto essere lei la musa ispiratrice di quelle parole. Nessuno l'aveva mai vista in quel modo, così reale, così vera, così semplice, così donna.
"Deve continuare a scrivere...non può privarsi di queste emozioni, di queste sensazioni, di queste parole..."
    L'uomo superò la bufera. Con pochi passi le fu vicino e le tolse deciso, anche se con dolcezza, i fogli dalle mani.
    Evelina lo guardò e si scusò con lui.
"Mi spiace....mi spiace veramente..."si sentì un po' imbarazzata "...come posso farmi perdonare?" pensò, ma solo un istante "un invito a cena?"..stasera alle ventuno va bene?"
    Le parole scritte su quei fogli le erano penetrate dentro, non riusciva a togliersele dalla testa. Doveva sapere di più su quell'uomo, che per ora era certa non rientrasse nella categoria degli sciocchi,
    Non attese risposta, come se il fare silenzioso e chiuso dell'uomo  fosse stato per lei un chiaro segno della sua propensione per quei modi vivi e travolgenti e si diresse verso la porta.
"L'aspetto stasera " e come era entrata, così, come un turbine di vento, uscì dalla sua casa.

    Rimase in silenzio, come sempre con se stesso e senza rendersene conto, era ancora confuso dal vento che aveva soffiato dentro e intorno a lui. Si diresse ad una delle finestre dei piani superiori per seguire con lo sguardo quella donna e solo quando i suoi occhi non la videro più si allontanò dalle imposte.
    Ora la casa gli sembrava vuota, ma la cosa che gli mancava di più era quel sorriso, quei lunghi capelli neri. Pensò che avrebbe voluto sfiorarle la mano quando le aveva offerto il bicchiere d'acqua o tolto i fogli, ma lo pensò solo per un istante.
    Guardò il tavolo, il bicchiere dove aveva posato le sue labbra rosa e qualcosa lo infastidì distogliendolo da quei pensieri che non desiderava, la stessa sensazone che lo aveva infastidito quando lei lo aveva posato.
    Il bicchiere era stato poggiato con la base a cavallo tra il legno più chiaro del centro e quello più scuro del bordo. Lo spostò più in fretta che potè, non perchè bramasse di riporlo nella credenza, mma più che altro perchè non si posava mai un bicchiere in quel modo disordinato, quasi pericoloso.
    Si guardò intorno, più sereno, con ritrovato ordine, ed il vento riprese a soffiare appena nella sua mente, sin che altro non lo distolse dai suoi pensieri. Quella donna aveva dimenticato il cappello.
    Glielo avrebbe restituito quella sera, ma il pensiero gli si gelò in mente, si meravigliò di cosa stesse pensando. Lui non aveva nessuna voglia di andare, non aveva nessuna intenzione di rivederla, nessun desiderio di lasciarla soffiare ancora nella sua anima, ma era vero anche che se non avesse accettato, sarebbe sicuramente tornata lei a reclamare il suo cappello, tanto valeva andare.
    Si avvicinò alla macchina da scrivere, passò le dita sui tasti. Pensò alle parole si lei "riprendere a scrivere...ma per chi, per cosa, perchè?...", ma sapeva che lo avrebbe fatto, sapeva che avrebbe di nuovo pigiato le dita su quella tastiera ormai impolverata. Forse gli serviva solo qualcuno che lo incoraggiasse, qualcuno che leggesse le sue parole, qualcuno che leggesse dentro di lui.

    Per essere uno che voleva declinare un invito, quel pomeriggio si diede molto da fare intorno alla sua persona. Perchè Rifiutare? Magari le avrebbe restituito solamente il cappello, in fondo era solo una cena e il cielo era celeste quel giorno, gli alberi più verdi del solito e la finestra si era aperta senza tante storie.





Capitolo IV

La cena

    Finì di pettinarsi i capelli corti per la sesta volta, tre volte da destra verso sinistra e tre volte nel modo opposto. Tutto doveva essere simmetrico, uguale, equilibrato per non sbilanciare la perfezione di quel giorno travolto da quella nuova brezza dal cappello di paglia.
    Guardò ancora la sveglia che non suonava più da anni. Era tonda e di ferro brunito dal tempo. Il piccolo gallo d'argento, che beccava un consumato mangime ad ogni secondo aveva perduto la testa da molti anni, mentre lui pensava di averla persa da poco, da meno di un giorno, Guardò la molla che fuoriusciva ritorta dal piccolo foro su cui un tempo era incernierata la testa di un pollo, poi fissò le lancette appuntite. Mancavano esattamente diciassette minuti all'invadente invito soffiato da quella brezza inaspettata.
    Posò il pettine, perfettamente accanto alla spazzola. Scese le larghe scale di legno e si fermò come ogni volta sul settimo gradino. Raddrizzò il quadro. Una volta pendeva troppo asulla sinistra, una volta sulla destra. Ne trovò il centro, ma l'indomani mattina l'avrebbe cercato di nuovo, non perchè ce ne sarebbe stato bisogno, ma era l'abitudine.
    Riprese a scendere ed arrivò nel vecchio salone impregnato dal profumo del mare di notte.
    Guardò l'orologio da muro che però era posato sul tavolo, altrimenti non avrebbe funzionato. Si accorse che la lancetta dei secondi ticchettava ritmica, l'orario era del tutto diverso da quello della sveglia, ma quanto meno quel giorno aveva contato un po' del tempo trascorso, come se si fosse ricordato di esistere e di avere un compito da svolgere. Si sentì per un attimo come quell'orologio, cosciente di dover fare qualcosa, ma distratto, assente, come se si fosse dimenticato cosa. Ma le lancette giravano. Buon segno.
    Pensò che per arrivare alla casa vicina ci avrebbe messo pochi minuti, mattonella più, mattonella meno e gufo permettendo. Guardò il cappello di paglia, forse lo avrebbe solo restituito, niente cena, ma qualcosa lo distrasse dai suoi pensieri.
    I tasti della vecchia macchina da scrivere, tondi e consumati dal tempo, erano ripuliti dalla polvere e le lettere di un bianco antico erano nuovamente visibili. Guardò il rullo ed il foglio avvolto su di esso e gli parve che questo avesse un rigo nuovo. Osservò ancora le lettere del colore dell'avorio, come se quel rigo aggiunto fosse ancora caldo sui tasti.
    Si avvicinò ed estrasse il foglio dal rullo, lo lesse come fosse la prima volta.
    Non ricordava fosse quello l'ultimo verso, anzi era certo che non lo fosse. Qualcuno aveva aggiunto un rigo, solo uno, un solo semplicissimo rigo, ma così profondo che la sua mente viaggiò distante. Lo lesse tra le lebbra-
"Mille luccichii di sole sulle onde piatte, ma solo quelli di lei mi accecavano".
    Non capì, ma di una cosa era certo, quel verso era stato scritto da lui. Posò il foglio di fianco alla macchina da scrivere ed uscì dalla porta pensieroso.
    La chiuse con un forte scossone che si perse tra le onde insistenti sugli scogli. Girò la chiave verso destra per chiuderla, non che ce ne fosse bisogno in quel luogo deserto, poi la rigirò verso sinistra, per simmetria, per ordine, per non turbare nulla, oltre la sua mente.
    Infilò la chiave in tasca, nella sinistra, prese la piccola pietra sul vecchio davanzale e la infilò in quella destra. L'aveva scelta tra tutte quelle della scogliera perchè pesava quanto la chiave, poi scese con passi calcolati dalla veranda di legno impregnato di mare.
    Guardò il viottolo che lo avrebbe portato sino all'inoslito invito, gli sembrò, come sempre, una scacchiera stretta e lunga.
    Quadrate pietre bianche si intrecciavano precise con la terra bruna tra gli scogli. Sapeva che i piedi andavano posati esattamente sopra di esse, le pietre insidiose le aveva tolte...troppo rischio di posarci il piede, troppo pericolo di alterare l'ordinato susseguirsi dei passi, troppo rischio di calpestare più pietre a destra che a sinistra. Togliendole il pericolo era scongiurato.
    La casa vicina distava poche centinaia di metri, ma quella distanza era pregna di attenzioni a cui badare, accorgimenti da tenere a mente, particolari da interpretare.
    Percorse con attenzione la lunga scacchiera, si fermò alla sua fine, con un piede sull'ultima pietra a sinistra e l'altro poco dietro su quella destra. Il vecchio cancelletto di legno sverniciato dalle intemperie si muoveva avanti ed indietro al soffiare della brezza salata, come seguisse le onde, ma al contrario di esse non sbatteva mai sulla vecchia staccionata, sembrava solo presagire incertezza, non pericolo imminente. Buon segno. Lo aprì giusto un po' per poter passare, poi lo lasciò al gioco del vento.
    Il sentiero si faceva roccioso, agibile e senza ostacolli. Lo percorse veloce, ma si arrestoò a pochi passi dal grande ulivo ritorto che si mantenev ain quella precaria posizione da decenni, forse più di un secolo.
    Lo guardò, lo fissò, ne scrutò ogni impenetrabile ombra, paziente, attento, silente. Attese ancora e si chiese ancora quante volte avrebbe beccato il pollo se avesse avuto ancora una testa, poi d'un tratto il gufo lanciò il suo verso alla notte  e lui sospirò, come avesse avuto il permesso di lasciare la sua dimora bisognosa di continue cure. Ora la strada era libera.
   
    Arrivò alla veranda della vicina casa che il sole si era assopito già da tempo. Strofinò i piedi sul tappetino nuovo. Prima il sinistro, una volta in avanti e una indietro, poi il destro, alla stessa identica maniera. Li posò perfettamente paralleli ed avvicinò piano il dito al campanello d'ottone tirato a lucido. Lo premette appena muovendo il dito perfettamente in asse con il pulsante cromato. Suonò una volta, una volta sola, e giusto un istante prima di accorgersi di aver dimenticato il cappello.

    Evelina aveva passato tutto il pomeriggio a chiedersi se l'uomo avrebbe accettato l'invito. Lei era fatta così, agiva sempre d'istinto, non conosceva la percezione del pensare, del riflettere e raramente si pentiva delle sue azioni.
    Aveva preparato la cena per due e pensò che avrebbe dovuto dirgli di farle sapere se sarebbe venuto o meno, magari segnalando con un fazzoletto appeso ad una finestra sbilenca la sua decisione, ma non ci aveva pensato. Pazienza, se non fosse venuto avrebbe avuto pronto il pranzo per il giorno dopo.
    Aveva deciso di dilettarsi, ma niente di complicato, era una donna semplilce ed anche lui sembrava abituato ai sapori veri, o meglio non sembrava più abituato, sembrava più che altro che avesse perso qualcosa e non riuscisse più a trovarsi. Se non altro avrebbe potuto cominciare con il suo risotto alla pescatora.
    Prese la confezione già pronta comprata all'emporio e la vuotò in un piatto panciuto, cominciò a togliere tutti i gamberetti che c'erano, a lui non piacevano; poi si arresto per un attimo e si meravigliò di quel che stava facendo. Non poteva sapere che lui detestava il sapore di gamberetti, eppure ne era certa. Era come una percezione acquisita nel tempo. Esitò, stranita da quella consapevolezza impossibile, poi sorrise e decise di dare ascolto al suo sesto senso femminile e li tolse tutti.

    Guardò l'orologio sopra il camino. Aveva comprato le batterie quella mattina, non sopportava gli orologi fermi o che andassero male.
    Passando davanti allo specchio non potè fare a meno di osservarsi: i capelli, raccolti in modo disordinato le davano un'aria sbarazzina, più giovanile. Aveva qurant'anni ed era una bella donna, ma sentiva fluire la vita tra le dita, come la sabbia che si tenta di trattenere e che inesorabile si perde fino all'ultimo granello.
    Un'ombra di rossetto sulle labbra ed un semplice vestito la resero pronta ad affrontare quell'incontro. In fondo non era niente di speciale, un uomo semplice, che aveva scelto di vivere isolato.

    Sentì suonare il campanello, un tocco lieve, timido, come se scottasse, o come se la persona fosse ancora indecisa su quello che doveva fare.
    Prima che l'uomo ci ripensasse, soffiò via il ricciolo nero dalla fronte e si accinse ad aprire la porta.
    Fece un sospiro e schiuse l'uscio. Luiera lì, imbarazzato, silenzioso.
"Ciao" lo accolse con un sorriso.
    Lui non rispose, la guardò nei suoi occhi neri, come ascoltasse solo la sua voce, così dolce. Si tormentava le mani, una contro l'altra. Accidenti se non avesse dimenticato il cappello almeno avrebbe saputo cosa dire e avrebbe potuto giustificare la sua presenza in quella casa, ma ora che ci faceva davanti a quella porta, davanti a quella donna dal viso così dolce e allo stesso tempo così sicuro?
    Non ricordava quando fosse stata l'ultima volta che avesse cenato con una donna. NOn ricordava più l'emozione di sfiorare una mano nel prendere nello stesso momento la saliera, non ricordava più come era piacevole osservare le labbra di una donna poggiarsi delicatamente ad un bicchiere di vino, non ricordava più quanto fosse gradevole osservarla prendere il tovagliolo per portarlo alle labbra, e lei era lì, davanti a lui, come una brezza fresca, profumata, marina. Si sentì avvolgere da quel sorriso.
"Ciao" rispose affidandosi alla semplicità.
    Evelina si spostò di lato e gli fece cenno con la mano d'entrare, poi la pose lungo il fianco, quasi volesse sistemarsi la gonna bianca ed avesse rinunciato a farlo per un leggero imbarazzo.
    L'uomo notò le dita affusolate e il ricciolo che ribelle scendeva sulla fronte della donna. Le guardò per un attimo le mani e la gonna candida che ricordava più lunga, ma si stupì subito di quel pensiero impossibile, perchè era certo di non averla mai vista prima. Distolse lo sguardo per non apparire scortese e lasciò che quello strano ricordo si perdesse tra mille altri.
    Entrò stando attento a non calpestare la linea sull'uscio. Quella linea sottile che divide l'esterno dlal'interno, quella linea che divide il freddo dal calore, l'ignoto dalle certezze, l'incerto del mondo dall'ordine di una casa.
    Non si guardò in giro, ma notò subito le vetrata e, ipnotizzato, si diresse verso una di esse. Da lì si vedeva il mare.
    Ci appiccicò il naso, come un bambino sulla vetrina di un negozio di giocattoli. Forse nessuno glielo aveva mai regalato il mare ed ora lo aveva lì, davanti a sè, racchiuso come un quadro in quella cornice.
    Evelina si tenne in disparte senza parlare, capì che lui stava rubando un momento magico, un momento che nessuno gli aveva  mai donato. Poi si avvicinò al camino e tentò di accenderlo.
"Faccio io" disse l'uomo quasi destandosi da un sogno. Gli sorrise come solo una donna sa fare e si fece da parte, restando inginocchiata davanti al camino, con il vestito a coprirle le gambe, le mani in grembo e quel ricciolo, sempre più ribelle, che non voleva saperne di essere prigioniero di un fermaglio.
    L'uomo si inchinò, mise dei ceppi nel camino, poi si voltò verso di lei, la guardò con gli occhi assorti ed avvicinò la sua mano per spostarle il ricciolo, come se quel gesto fosse usuale.
    Evelina rimase dapprima immobile, come se già conoscesse da tempo quel gesto che era quasi una carezza, come se avesse già provato quell'emozione e la stesse cercando da molto, come si fa con i ricordi felici, ma non volle apparire diversa da com'era. Si scostò repentinamente con un movimento distratto, alzandosi da quella posizione che la rendeva così indifesa e dirigendosi verso la tavola.
"Ho fame...mangiamo" disse rapidamente per rompere quell'imbarazzante silenzio. L'uomo finì di accendere il fuoco












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scritto da katherin il mercoledì, 11 ottobre 2006,12:06

I TANGUERI

(ricordando un tanguero)

 

Balleremo per le strade,

Perché il tango

Appartiene alla gente

 

Balleremo nei viali alberati,

In mezzo al cemento

E nei vicoli maleodoranti

 

Balleremo sulla spiaggia

Bagnandoci i piedi e

Sfidando le onde del mare

 

Balleremo nei giardini,

Perché anche gli alberi

Possano guardarci

 

Balleremo sotto il cielo,

Perché le stelle

Invidino i nostri passi

 

Balleremo sotto la pioggia,

Illuminati dai tuoni e dai lampi,

Coraggiosi ed impavidi

 

Balleremo se saremo allegri,

Ed anche con le lacrime agli occhi

se saremo tristi

 

Balleremo se saremo preoccupati,

O senza pensieri,

Se non avremo problemi

 

Balleremo se saremo sani

O anche se dentro

Saremo malati

 

Balleremo donando un sorriso,

Portando l’emozione del tango

In ognuno di voi

 

Balleremo con semplicità

Ed irruenza

Con forza e fantasia

 

Balleremo con gioia

E trasporto

Nel miglior modo che conosciamo

 

Balleremo con nostalgia

Affidando i ricordi

Alla malinconia delle note

 

Balleremo …..

perché il tango

È il nostro respiro

 

Balleremo….

Perché il tango

È la nostra ragione di vita…

 

Che nessuno osi

Fermare la musica

Ed ostacolare i passi

 

Perché senza il tango

Saremmo morti…



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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:59

UN CAPUFFICIO VA VIA

Sta pur sicuro che nun me regge er fiato
nun me fa legge te prego sta poesia
io me so messa a piagne pè Renato
figurate pe te che mò vai via

Se c'è quarcuna ch'er romanesco parla
je venga a legge sta mia composizione
fateve avanti Susy, Rita o Carla
che a me nun regge tutta st'emozione

Quanno venisti pè la prima vorta
ero in maternità e nun ce stavo
varcasti allegro la soja della porta
m'assicurarono che eri proprio bravo

Quanno t'hoconosciuto ho preso atto
che quello che dicevano era vero
e drentro ar core mio io feci un patto
sarò sincera con chi con me è sincero

Dicevi quanno stavo alla cornetta
sbassa la voce nun so' mica sordi
e io ubbidiente che te davo retta
tu queste cose mica te le scordi

Te ne rammenti? Volevi fa bagajo
quanno in aprile ce cambià er Governo
e chi lo sa se è stato un grosso sbajo
aspettà p'annà via quest'artro inverno

Ce sta chi parla bene er portoghese
cor core in mano io te lo confesso
nun parlo nè l'inglese, nè il francese
ma amo immensamente er romanesco

E ce sta invece chi vò fà er preciso
e caccia li sfonnoni a tutte l'ore
ma parla come magni io je dico
nun ce diventi se nun ce sei signore

Te dò na botta, però con un sorriso
se assaggio l'aragosta e del salmone
io so capace tutt'all'improvviso
de parlà l'italiano a perfezione

Mo ce lo sai che tipi semo noi
adesso che vai via essi carino
fà del tuo mejo, fa quello che poi
mannace uno ch'è trasteverino

Invece chi lo sa che capo avremo
però si nun ce piace sta sicuro
che tutte quante lo boicotteremo
je famo sbatte la testa contro er muro

L'ambiente dove vai sarà diverso
la lingua che se parla è l'italiano
però se quarche vorta tu sei sperso
ritorna qua: te parlo un po' romano

Sian state tanto bene insieme a te
mò te ne devi annà chissà perchè
però se è questo quello che tu voi
semo contente tutte quante noi

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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:42

ER CAPUFFICIO

Er capufficio è n'omo che comanna
t'ordina burbero ciò che devi fà
se sbaji come 'n matto lui s'addanna
e tu nun devi manco arrifiatà

Devi esse pronta a certe sue pretese
nun dice grazie e manco per piacere
lo manneresti a vorte a quer paese
ma tu sorride e nun lo fai vedere

Poi ce stà 'n capo che invece è assai speciale
molto gentile, nun se dà manco n'aria
er capufficio mio è tale e quale
e nun rimpiango de fà la segretaria


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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:37

ROMA SPARITA

Dove è annata a finì la fontanella
quella che stava sur colle Palatino

dove pè beve la bella villanella
posava a terra la frutta con il vino

E l'osteria de "Li Tre Scalini"
che se trovava sotto casa mia
ce se fermava pure Petrolini
mo nun c'è più: c'è 'n erboristeria

Dove è annata a finì la carrozzella
dove a cassetta ce stava er vetturino
faceva er giro de sta ROma bella
San Pietro, er Campidojo e l'Aventino

E l'arrotino gridava a squarciagola
"Signore belle affilo li cortelli"
te l'arrotava per bene con la mola
poi ce tajavi pure li capelli

Lo stracciarolo passava pè la via
tirando appresso er rosso carrettino
de roba vecchia facevi pulizia
nun ce serviva a noi lo sgabuzzino

Poi m'aricordo che vicino ar ghetto
ce stava sempre un vecchio vagabondo
che se teneva 'n tesoro stretto ar petto
era 'na tromba: regalo de su nonno

"Garibardi" da tutti era chiamato
e quanno a mezzogiorno nun magnava
drento la tromba lui metteva er fiato
e de ricordi la panza se saziava

E co' le prostitute era diverso
je sussurravi "quanto" in italiano
adesso provi prima cor tedesco
poi cor polacco, er russo e l'africano

Sta Roma adesso voi ve la sognate
la potete trovà forse pè sbajo
se fra le cartoline ben guardate
quelle che tiene in mostra er tabaccaio

Insomma s'è perduto quer calore
e pè' le strade mo' cammini lesto
te senti solo 'n friccico ner core
se quarcheduno te parla in romanesco.


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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:24

SCENE DA UN MATRIMONIO

Pesa l'anello che infilerai ar dito
pesa de' responsabilità e de' pensieri
ma drento ar letto poi trovi 'n marito
che da mandrillo assolve ai suoi doveri

Nun t'aspettà de fallo ad ogni ora
c'è la partita e poi er telegiornale
ce so' l'amici coi quale se ritrova
ce so' li giorni in cui te senti male

C'è er mar de testa che arriva sul più bello
o la telefonata inaspettata
la socera che sona er campanello
ed interrompe purtroppo la serata

Ce soì li giorni in cui sei stanca morta
e quelli tristi che te fan casca' le braccia
l'omo tuo insiste: c'ha voja n'antra vorta
tu cedi, ma sei come una pupazza

Ce so' li giorni che in dolce attesa stai
pieni de' nervosismo e de paura
ma tu ricorderai finchè vivrai
quanno hai portato a casa la creatura

E'  'n emozione che nun se po' descrive
tenere fra le braccia 'n fagottino
la po' capì solo chi la vive
cosa vuol dire avere un bel bambino

E la stanchezza sparisce dal tuo viso
anche se fai 'na grossa faticaccia
perchè c'è il bimbo con il suo sorriso
che chiama "mamma" e tende a te le braccia

Ma nun te crede che so solo fiori
ce sò i problemi che la famiglia crea
ce sò li dispiaceri e li dolori
cè so li giorni che nun viè mai sera

Però secondo me vale la pena
che nella vita una fà sto passo
ho lavorato oggi di gran lena
scusateme è ora che ve lascio.


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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:05


LA LUNA NEL POZZO

Erano tante sere che la luna non si vedeva brillare nel cielo con la sua luce eterea, tante sere che non mostrava il suo viso enigmatico al mondo, tante sere che non avvolgeva più gli innamorati nella sua ombra. Era caduta nel pozzo, si era lasciata precipitare in quell’abisso scuro e scivoloso, più giù, sempre più giù ed era rimasta lì.

Non era la stessa cosa senza la Luna.

Molta gente si affacciava sul bordo muschioso del pozzo e le parlava, anzi chiedeva, sapeva solo chiedere….

“Luna esci !!! Ho bisogno di te…..Manca il romanticismo senza la tua luce. Non sono la stessa cosa i baci e le parole d’amore dette al buio!”

“Vieni fuori Luna…..illumina il mio cammino!!! Non mi piace viaggiare di notte senza la tua luce che rischiara la strada”.

Ma la Luna taceva e restava laggiù, sospesa in quella dimensione fluttuante, impalpabile. Laggiù soffriva meno, coperta dall’ombra scura del pozzo…Laggiù non vedeva, non sentiva, le voci le giungevano ovattate……facevano meno male….

“Devi uscire Luna da lì, non puoi privarci della tua luce, del tuo splendore!!”

E la Luna piangeva e non si decideva a venirne fuori. Quel pozzo stava diventando un po’ la sua tomba. Ogni tanto risaliva quelle pareti scoscese e tentava di riaffacciarsi sul mondo, ma quello che vedeva e sentiva non le piaceva.

La Luna stava morendo…..ma nessuno avrebbe pianto…In fondo la sua luce non era forte come quella del sole e non emanava calore….brillava di luce riflessa….lei.

Una voce diversa dalle altre: “Torna a splendere Luna….”

Quella Voce tornò molte volte a parlarle….Si sedeva sul bordo del pozzo e le parlava a lungo….non chiedeva….la implorava solo di tornare a splendere, a brillare….dicendo quanto fosse importante che lo facesse…

Lei non voleva udirla quella Voce, aveva paura…..paura di credere ancora….di soffrire di nuovo….

La cullava con le sue parole….ahhhh avesse avuto le mani per tapparsi le orecchie e non udirla!!! La Voce sentiva le sue lacrime……il suo dolore. Quando accadeva, staccava il secchio dal gancio e vi metteva al suo posto un fazzoletto, lo calava nel pozzo, perché lei potesse asciugarle. Poi ritirava la corda, prendeva quel lembo di stoffa e gelosamente lo metteva nella tasca, quella interna della giacca, quella che sta sul cuore…

E tornava di nuovo a parlarle…Non chiedeva niente quella Voce….offriva solo….

E se fossero state parole d’illusione?

“Non uscirò…..lasciami in pace….”

“Non importa Luna, ma sappi che non sei mai sola….io ci sarò sempre sul ciglio di questo pozzo, come ci sono sempre stato….anche se in silenzio e ti parlerò e ti ascolterò quando avrai deciso che sei pronta a farlo…”

E piano piano la Luna ogni giorno saliva un pochino più su e la Voce si accorse che il fazzoletto era sempre meno bagnato.

Finchè un giorno non l’ebbe nelle sue mani…Anche se spenta e muta era sempre bellissima. Aveva qualcosa di magico, di unico, di speciale, quel qualcosa che la Voce aveva sempre desiderato e che era diventato il suo sogno irrealizzabile….irrealizzabile come avere la Luna nel pozzo. Ora invece l’aveva lì e non sapeva cosa fare, cosa dirle se non dolci parole d’amore. Quanto tempo aveva aspettato!! Quanto tempo aveva atteso….ed ora la Luna aveva bisogno di quella Voce, di quelle parole. E la Luna ascoltava, in silenzio. Voleva essere amata, coccolata, aveva bisogno di qualcuno che asciugasse le sue lacrime, di qualcuno che sapesse dare senza chiedere.

E restò fra le mani di quella Voce, affezionandosi sempre di più….tornando piano piano a brillare ed imparò ad amarla…..Si affidò a lei, certa che avrebbe avuto cura dei suoi pensieri e del suo cuore, certa che non l’avrebbe fatta soffrire….

E quando fu pronta tornò di nuovo a splendere nel cielo e la Voce continuò ad alzare la testa e a parlarle per rassicurarla, per darle fiducia….dichiarandole mille volte il suo amore.

“Guarda….sembra che la Luna stia sorridendo”…Era vero la Luna sorrideva di nuovo….

 


categoria:favole
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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:02

Ad occhi chiusi

Ho chiuso gli occhi…..e ti ho donato i miei pensieri…la mia mente….la mia anima….

Ho chiuso gli occhi…..e ti ho donato tutto ciò che qualcuno che esisteva….ma non era lì con te….poteva donarti….

Ho chiuso gli occhi….ed ho accarezzato il tuo viso….carezza impalpabile….eppure così vivida…

Ho chiuso gli occhi….ed ho posato le mie labbra sulle tue….fino a sentirne il calore…fino a sentire il tuo desiderio congiungersi con il mio…..

Ho aperto gli occhi e mi sono accorta che stavo volando…..


categoria:poesie
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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:00

Lettera ad un’amica

 (A Franca che mi ha lasciata sola)


Non riesco a perdonarti perché mi hai lasciata sola,

Non riesco a perdonare il tuo modo di andare via all’improvviso.

Un’uscita di scena dal palcoscenico della vita come una grande attrice.

Ma non c’era nessuno ad applaudirti ….amica mia….

Nessun rumore di mani battenti, ma solo quello di lamiere contorte.

non riesco ad accettare questa cosa….eppure sono passati dei mesi.

Non ci posso credere che sei lì sotto quella terra…da sola…

Come non sei mai vissuta….

Eravamo grandi insieme….ed i ricordi mi sommergono…..

Le nostre risate irrefrenabili, quelle che ti fanno lacrimare gli occhi…

E che danno dolore alla pancia ed alle mascelle….

I nostri pianti davanti ad un film….la nostra promessa di non lasciarci mai….

Tu non l’hai mantenuta…..mi hai lasciata sola….

Non ti ricordi che dovevamo fare come Thelma e Louise???

Insieme fino alla fine….ed ora mi manchi…

Mi manchi quando dormivano nello stesso letto e chiacchieravamo

Finchè il vicino non ci batteva sul muro lamentandosi

Per le nostre risate soffocate….

Mi manchi perché non so a chi regalare il mio sorriso…

Mi manchi perché non c’è nessuno ad asciugare le mie lacrime

…..nessuno a consolarmi….a difendermi…..

a dirmi che insieme possiamo sfidare il mondo…

E l’abbiamo fatto…decine…centinaia di volte….

Mi manca la tua goffaggine quando ballavi….

Mi manca la tua paura del mare

Mi mancano le nostre domeniche….così normali….

Eppure così belle  e piene….

Mi sembra ancora di  vederti

mentre ti facevi le unghie o mentre stiravi….

Prendevamo tutto con un sorriso…

Sono stata bene con te ….troppo

Ed ora non riesco a legarmi a nessun altra persona

Perché nessuno è come te oppure ho paura

Di soffrire ancora o di far soffrire….

La casa nei fine settimana è vuota senza di te….

Ed io ti vedo ancora sul divano seduta vicino a me…..

E mi manchi……

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scritto da katherin il mercoledì, 04 ottobre 2006,20:13

 

DOMANDA MENESTRELLO


Ed ecco domanda di menestrello

E visto l’incarico, in rima è più bello

 

Vi prego Milady di porre attenzione

Nell’esaminare la mia situazione.

Non bella, piacente, diciamo carina

Un nome fra i tanti, mi chiamo Dattina.

 

Mio padre fu umano ed anche mia mamma

Umana anche io, brillava una fiamma

Ardeva l’amore dei miei genitori

Mi diedero affetto, nè lusso, nè ori…

Poi morti, da sola Dattina restava

Neanche un amico che la consolava

Raccolsi le cose, intrapresi la via

La casa lasciai con grande agonia.

Per giungere infine nel Granducato

Il tempo da allora è davvero passato.

Fui donna, fui  sposa e poi divorziata

E infin da un vampiro io venni riamata.

Ma triste divenne ben presto la sorte

Restare da sola assomiglia alla morte.

 

Di Lot son Signora ma non me ne vanto

E spero al più presto di alzare il mio canto

Perché solitudine non sia più vicina

E torni a sorridere di nuovo Bettina

 

(Scritta per un GdR)

 


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