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scritto da katherin il giovedì, 05 ottobre 2006,11:05


LA LUNA NEL POZZO

Erano tante sere che la luna non si vedeva brillare nel cielo con la sua luce eterea, tante sere che non mostrava il suo viso enigmatico al mondo, tante sere che non avvolgeva più gli innamorati nella sua ombra. Era caduta nel pozzo, si era lasciata precipitare in quell’abisso scuro e scivoloso, più giù, sempre più giù ed era rimasta lì.

Non era la stessa cosa senza la Luna.

Molta gente si affacciava sul bordo muschioso del pozzo e le parlava, anzi chiedeva, sapeva solo chiedere….

“Luna esci !!! Ho bisogno di te…..Manca il romanticismo senza la tua luce. Non sono la stessa cosa i baci e le parole d’amore dette al buio!”

“Vieni fuori Luna…..illumina il mio cammino!!! Non mi piace viaggiare di notte senza la tua luce che rischiara la strada”.

Ma la Luna taceva e restava laggiù, sospesa in quella dimensione fluttuante, impalpabile. Laggiù soffriva meno, coperta dall’ombra scura del pozzo…Laggiù non vedeva, non sentiva, le voci le giungevano ovattate……facevano meno male….

“Devi uscire Luna da lì, non puoi privarci della tua luce, del tuo splendore!!”

E la Luna piangeva e non si decideva a venirne fuori. Quel pozzo stava diventando un po’ la sua tomba. Ogni tanto risaliva quelle pareti scoscese e tentava di riaffacciarsi sul mondo, ma quello che vedeva e sentiva non le piaceva.

La Luna stava morendo…..ma nessuno avrebbe pianto…In fondo la sua luce non era forte come quella del sole e non emanava calore….brillava di luce riflessa….lei.

Una voce diversa dalle altre: “Torna a splendere Luna….”

Quella Voce tornò molte volte a parlarle….Si sedeva sul bordo del pozzo e le parlava a lungo….non chiedeva….la implorava solo di tornare a splendere, a brillare….dicendo quanto fosse importante che lo facesse…

Lei non voleva udirla quella Voce, aveva paura…..paura di credere ancora….di soffrire di nuovo….

La cullava con le sue parole….ahhhh avesse avuto le mani per tapparsi le orecchie e non udirla!!! La Voce sentiva le sue lacrime……il suo dolore. Quando accadeva, staccava il secchio dal gancio e vi metteva al suo posto un fazzoletto, lo calava nel pozzo, perché lei potesse asciugarle. Poi ritirava la corda, prendeva quel lembo di stoffa e gelosamente lo metteva nella tasca, quella interna della giacca, quella che sta sul cuore…

E tornava di nuovo a parlarle…Non chiedeva niente quella Voce….offriva solo….

E se fossero state parole d’illusione?

“Non uscirò…..lasciami in pace….”

“Non importa Luna, ma sappi che non sei mai sola….io ci sarò sempre sul ciglio di questo pozzo, come ci sono sempre stato….anche se in silenzio e ti parlerò e ti ascolterò quando avrai deciso che sei pronta a farlo…”

E piano piano la Luna ogni giorno saliva un pochino più su e la Voce si accorse che il fazzoletto era sempre meno bagnato.

Finchè un giorno non l’ebbe nelle sue mani…Anche se spenta e muta era sempre bellissima. Aveva qualcosa di magico, di unico, di speciale, quel qualcosa che la Voce aveva sempre desiderato e che era diventato il suo sogno irrealizzabile….irrealizzabile come avere la Luna nel pozzo. Ora invece l’aveva lì e non sapeva cosa fare, cosa dirle se non dolci parole d’amore. Quanto tempo aveva aspettato!! Quanto tempo aveva atteso….ed ora la Luna aveva bisogno di quella Voce, di quelle parole. E la Luna ascoltava, in silenzio. Voleva essere amata, coccolata, aveva bisogno di qualcuno che asciugasse le sue lacrime, di qualcuno che sapesse dare senza chiedere.

E restò fra le mani di quella Voce, affezionandosi sempre di più….tornando piano piano a brillare ed imparò ad amarla…..Si affidò a lei, certa che avrebbe avuto cura dei suoi pensieri e del suo cuore, certa che non l’avrebbe fatta soffrire….

E quando fu pronta tornò di nuovo a splendere nel cielo e la Voce continuò ad alzare la testa e a parlarle per rassicurarla, per darle fiducia….dichiarandole mille volte il suo amore.

“Guarda….sembra che la Luna stia sorridendo”…Era vero la Luna sorrideva di nuovo….

 


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scritto da katherin il lunedì, 02 ottobre 2006,17:05

La luce dell`amore

(Dedicata a tutte quelle persone che non sanno mantenerla accesa)

In quasi tutte le case di quel paese c’era una candela che brillava, a volte fioca, a volte tenace, a volte traballante, a volte vivida. Era lì per illuminare stanze rimaste troppo tempo al buio. Ogni proprietario si prendeva cura della sua candela, avendo l’accortezza di non lasciarla spegnere mai. A volte la luce tremolava più del solito e si affievoliva, allora il padrone, se ci teneva, correva subito a ravvivare il colore di quella piccola fiammella.
Mastro Cecco non aveva una sua candela e quando tornava a casa la sua abitazione era buia. Osservava con invidia e desiderio la candela del vicino: era quella luce che lui voleva, quella e nessun altra. La osservava da lontano, la guardava, la ascoltava guizzare e friccicare nel buio.
Un giorno si accorse che quella candela da lui tanto bramata stava perdendo vivacità, si stava spegnendo a poco a poco e il proprietario non se ne curava…presto l’avrebbe buttata via.
Ed un giorno tornando dal lavoro la vide abbandonata in un cestino fuori della porta di casa. La raccolse con tutta la sua cera ormai fredda e la portò con sé nella sua dimora. Per un po’ la tenne sul tavolo, dedicandole ogni giorno le sue cure, assemblandone di nuovo la cera, ma la candela non era pronta a brillare di nuovo.
Era sciocco, ma lui con quella candela ci parlava, anche se lei non rispondeva. Non era pronta a farlo, era diventata troppo fredda. Una sera Mastro Cecco si accorse, tenendo la cera fra le dita, che era un poco più tiepida, più malleabile e cercò in tutti i modi di trasfonderle un po’ del suo calore e la candela reagì. Si lasciò plasmare da quelle dita e da quelle parole e d’incanto fu pronta di nuovo per essere accesa.
Non è descrivibile l’emozione di Mastro Cecco nel dare luce a quello stoppino….e vedere la candela prendere vita. La fiamma che ne divampò fu piccola, fioca, tremolante, ma Mastro Cecco si accontentò. Quasi non ci sperava più in quel miracolo di luce. Ma ogni giorno quella luce si diffondeva più forte, emanava calore e illuminava la stanza. Addirittura Mastro Cecco ora poteva vederla brillare da lontano, dal luogo dove lavorava. Si affacciava alla finestra e traeva un sospiro di sollievo quando vedeva quella fiammella alitare leggera nella sua casa. Sapeva che quando sarebbe tornato l’avrebbe trovata lì ad aspettarlo e bastava soffiarci sopra poco poco per vederla brillare e prendere luce ancora di più. No, lui non si sarebbe dimenticato di curarla, lui le avrebbe sempre dedicato tutte le sue attenzioni, le sue parole, lui non l’avrebbe trascurata. E la fiamma ardeva sempre di più…era bello osservarla vivere ed illuminare la scena della sua vita.
Un giorno Mastro Cecco tornò a casa stanchissimo, il lavoro era molto aumentato e lo assorbiva completamente. Entrando nella stanza diede appena un’occhiata alla candela e le disse che era troppo stanco per dedicarsi a lei. La candela sembrò udirlo e guizzò per un attimo, ma subito si ristabilizzò dicendosi che l’indomani sarebbe stato diverso. Ma la mattina dopo Mastro Cecco uscì di corsa dedicandole solo un frettoloso buongiorno. Durante la giornata la guardò dalla finestra: sì stava ancora lì e brillava per lui. Disse a se stesso che non doveva trascurarla, glielo aveva promesso, ma tornando a casa fu di nuovo troppo stanco per dedicarsi alla sua luce.
Ormai il lavoro lo assorbiva talmente tanto che non aveva neanche il tempo di affacciarsi alla finestra per vedere quella fiammella che giorno dopo giorno andava riducendosi.
La candela si faceva forza, brillava di luce propria, ma presto la forza sarebbe mancata e lo sapeva….si sarebbe spenta se Mastro Cecco non fosse intervenuto per ravvivarla. Mastro Cecco da parte sua era convinto o forse sperava, credeva che quella luce avrebbe brillato per sempre, anche senza le sue cure e continuò a trascurarla e a ricordarsi di lei sempre meno spesso.
Finchè un giorno tornando a casa…si avvide che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di diverso. Sentì freddo quando aprì la porta della stanza che era completamente al buio. Solo allora si accorse che la luce non c’era più, la candela era morta….. la stanza e la casa erano di nuovo prive di calore.
Mastro Cecco si avvicinò alla candela. La cera e lo stoppino erano ancora caldi, si era spenta da poco e lui non aveva fatto niente per impedire tutto questo. L’aveva lasciata morire a poco poco. Sarebbe stato meglio prendere lo stoppino fra le mani e stringerlo forte spegnendo subito quella luce, piuttosto che torturarla in quel modo. Era stata una lenta agonia. Se avesse voluto Mastro Cecco avrebbe ancora potuto salvarla, raccogliendo la cera, rimodellandola e dando di nuovo fuoco allo stoppino, ma era troppo stanco….
…..Ci avrebbe pensato l’indomani….., ma forse l’indomani sarebbe stato troppo tardi.



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