scritto da katherin il lunedì, 02 ottobre 2006 ,17:32
MOVENTE SCONOSCIUTO
All'età di cinque anni Richard scoprì di possedere un dono che quasi nessuna persona possiede, il cosiddetto "shine", raggio.
Era in giardino con la sorella. Jill sull'altalena, lui invece stava sfogliando un libro illustrato. Si era soffermato sul disegno di una fattoria, perché adorava gli animali, come quasi tutti i bambini della sua età. All'improvviso avvertì un crampo allo stomaco, le manine iniziarono a tremargli, tanto da non essere più in grado di voltare pagina e tutto prese a sfuocare. Non c'erano più gli animali, il fienile, la casa, vide solo.....
".....una bambina di circa 3 anni.....un cigolio monotono.....indisponente.....un'altalena...un semicerchio disegnato nell'aria.....la caduta sulla ghiaia....sangue...."
- Mamma, mamma!!! Jill è caduta! -
La madre si affacciò alla finestra e spostando le tendine che aveva personalmente cucito, osservò Jill che, nel suo andirivieni, rideva felice.
"Ma cosa inventi Richard?"
Richard riprese a sfogliare il libro che aveva di nuovo assunto le sue originali illustrazioni non pensando più a quello che aveva visto. Poi all'improvviso un urlo e i pianti di Jill.
La mamma, passandogli vicino, lo guardò meravigliata e corse in giardino a soccorrere la sorella che perdeva sangue dal naso.
Richard con il tempo aveva imparato a convivere con questo dono, ma non lo reputava così tanto essere tale. Il più delle volte, il sapere prima, il prevedere, lascia lo sconforto totale se è seguito dall'impotenza. Meglio non sapere, meglio restare all'oscuro ed aspettare. Era talmente convinto di questo che non usò mai questa sua facoltà espressamente. Si può dire che subì questa forza che arrivava all'improvviso, come un fulmine dal cielo e lo scuoteva tutto e bagnava quello che gli stava vicino. Non riusciva a contrastarla: era talmente forte che la temeva e quindi, se poteva, la evitava.
Crescendo lo "shine" era diventato più violento. Le visioni che si presentavano ai suoi occhi, sbarrati ma in quel momento privi di vista, erano terribili a descriversi nella loro violenza ed atrocità.
Non cercò mai volontariamente quei flash, ma spesso arrivavano all'improvviso senza che lui avesse fatto niente per provocarli, un susseguirsi di fotogrammi che gli mostravano luoghi e persone.
Oggi, a 43 anni, era un chirurgo affermato e aveva imparato a controllare i turbamenti che le visioni gli provocavano.
Quel giorno Richard si trovava all'Accademy Gallery per un vernissage di Igor Crocinskij, uno dei pittori che andava per la maggiore. I corridoi della mostra era affollati e lui stava cercando un quadro in particolare, un quadro che lo inquietava e lo metteva in agitazione tutte le volte che lo vedeva. Si chiamava "L'illusione della realtà". Colori chiari che si mescolavano fra loro fino a formare una specie di ciclone per poi andare a perdersi nel nero del nulla. Ma Richard sapeva che nell'occhio di quel ciclone c'era la calma e forse era proprio la pace che lui cercava in quel quadro e dentro se stesso.
Avvenne all'improvviso, mentre osservava proprio quella tela. Un pugno allo stomaco, come una mano di ferro che gli stava stringendo le viscere, un sudore freddo che gli scendeva dalla nuca fino alle reni, la sensazione che stava perdendo la cognizione della realtà, le voci che gli giungevano ovattate.
Per un attimo pensò che era affetto dalla sindrome di Stendhal a causa di quel dipinto che lo emozionava così tanto, ma poi ebbe la visione.....
"........una stanza angusta........buia........casse di legno........un odore pungente.....acre.....una donna immobile......morta???.....svenuta???......"
Lo "shine" questa volta era stato violentissimo, aveva sentito le ginocchia che si piegavano sotto il peso di quella percezione visiva. La donna doveva essere vicina.
Richard respirò a fondo cercando di ossigenare il più possibile il cervello. Si girò cercando, con occhi discreti, la donna della visione in mezzo a tutta quella gente. Era quasi impossibile e anche se l'avesse trovata cosa poteva dirle?
"Signorina lei è in pericolo, lo so, l'ho vista?"
L'avrebbe guardato come si guarda un pazzo e si sarebbe allontanata il più velocemente possibile. Eccolo....di nuovo....il flash.....Questa volta ancora più violento, anche se più breve.....
"......sangue.......caldo..........appiccicoso........una gonna scomposta.......forcine per capelli........"
La donna doveva essere vicinissima ora.
Richard scosse la testa come per svegliarsi, come per cacciare quell'immagine che si confondeva con i colori di quel quadro.
Gli occhi fissi a guardare tutto e niente, a scrutare di fianco come a cercare una visione fuori campo, come una morsa pronta a stringere e bloccare. I muscoli contratti erano pronti a contrastare il prossimo urto. La tensione aumentò di colpo il suo voltaggio........
".......un'ombra china su quel corpo di donna .......la stanza vuota......"
Panoramica ....e il quadro si mescolava di nuovo col muro buio che gli faceva da sfondo.
Nessuna scossa, nessun tremore, stava sudando freddo. Tempo fa se ne sarebbe vergognato e preoccupato, poi col tempo aveva imparato che la gente non ti guarda, non ti ascolta e se fosse rimasto immobile nessuno avrebbe percepito le sue scosse.
Respirò a fondo. Sapeva che le sue percezioni erano come le doglie; una volta iniziate aumentavano la loro frequenza e la loro intensità e non sapeva ancora spiegarsi il perché.
Si calmò e con circospezione mosse i suoi passi verso il dipinto successivo.
No, no, se stava fermo era più facile. Non poteva bloccarsi all'improvviso in mezzo a quel fluire ordinato di gente che seguiva con diligenza le frecce, al fine di non perdersi nessuna opera. Prese il fazzoletto dalla tasca e simulò di soffiarsi il naso.
Una scossa forte.....
".....la stanza buia....."
la gente......
".......la stanza buia col corpo della donna ......"
e poi di nuovo la gente, come una stazione radio disturbata. Il segnale andava, veniva, gracchiava dentro i suoi occhi.
E ancora......
"......la stanza buia col corpo della donna e con l'ombra......."
Di nuovo la gente e subito dopo.......
".......la stanza.......il corpo non si vedeva più....tante ombre lo coprivano ......tante ombre che sembravano la stessa ombra...."
Tutte le ombre si somigliano, ma quelle si somigliavano ancora di più, sovrapponendosi perfettamente le une alle altre.
La luce, la gente, il fazzoletto. Era come un andirivieni di scie e ripensamenti. Quell'ombra, aveva descritto una ragnatela di ferocia e pentimento, avvicinandosi e poi allontanandosi dalla donna distesa. Una fiera impazzita, con la sua preda lì, indecisa se mangiarla subito o conservarla per dopo, indecisa se essere compiaciuta della cattura o sparire vergognandosi della sua ferocia.
I fotogrammi sovrapposti delle sue visioni avevano riempito quella stanza.
La gente lo spinse avanti, si scusò e proseguì.
La mostra stava perdendo importanza per i suoi occhi, impegnati ora in quella fuga frenetica da un fotogramma all'altro. Il suo quadro non era appeso ai muri, il suo quadro adesso era quella donna, tanto vicina quanto lontana, tanto in pericolo quanto ignara di esserlo.
Richard odiava andare ai buffet pomposi e autocelebrativi che facevano da contorno a tutte quelle mostre. Ma il suo istinto lo guidava là. L'odore di morte, l'odore di sangue, l'odore di violenza lo avrebbe portato dritto dritto da quella donna. Sapeva che lì, in mezzo a tutta quella gente vestita di belle parole, con il bicchiere in mano e qualche sorriso finto, avrebbe avuto la possibilità di passare al setaccio molte delle donne presenti.
Tre tavolate erano disposte ad elle sui tre lati del salone più grande. Le pareti erano occupate da quadri. Il lato più lungo da un dipinto enorme, una tela gigantesca, carica, fitta, caratterizzata da una particolareggiata pennellata fiamminga, tanto precisa quanto fastidiosa.
L'occhio si fermò dapprima sul vestito di una bambina. Le pieghe della gonna perfettamente disegnate, poi si allungò sulla radura che faceva da sfondo ad un giardino. Gli alberi.....gli alberi non erano immobili. Sembrava che il vento li scuotesse. Dietro il buio, dietro......
"........la stanza......la donna........le ombre..........il sangue......un braccio........"
Occhi sbarrati contro il dipinto.....
"......una coltellata al fianco sinistro.....un gemito.....un urlo.......la paura.......il terrore......."
La scossa era stata forte ed intensa, piacere misto ad angoscia, tempo, secondi lunghissimi. Poi il vento sembrò placarsi su quegli alberi, un'ombra fece capolino da una betulla e silenziosa tornò a nascondersi dietro di essa.
Sopportò anche questo colpo. Erano i quadri che gli aprivano le porte di quella stanza buia, i quadri alimentavano le sue visioni. Doveva trovare quella donna che era in pericolo. Non era facile: la maggior parte dei visitatori erano donne, ma essendo la mattina di un giorno lavorativo era prevedibile che fosse così.
Aveva sempre osservato le altre persone, cercando di costruirne la vita passata dai movimenti degli occhi, delle mani, dall'abbigliamento, dalle parole che dicevano. Un gioco che faceva spesso, aspettando il verde fermo ai semafori, osservando le persone sulle altre vetture.
Adesso quel giochetto però non era colorato di attesa e divertimento. Aveva un sapore diverso, aveva il tempo appeso, aveva un colore rosso e la forza di una pugnalata a sangue freddo.
Aveva studiato un po' la figura della donna: minuta nel suo rannicchiarsi di paura. Doveva cercare una donna esile e giovane con i capelli lunghi.
La stanza era piena di donne così che entravano e uscivano. Sarebbe stato difficile, se non impossibile individuarla.
Una ragazza con il vestito corto, forse un po' troppo, gli venne incontro con il bicchiere in mano. Profumo intenso, troppo pungente. Troppo corto, troppo pungente.
No, non poteva essere lei.
Un vociare sordo accompagnava un finto silenzio costruito per non disturbare il dormire appeso dei quadri. Su uno dei due lati corti del salone, olio su tela, forse un due metri per due, sembrava quadrato. Cielo, nuvole.
Donna in verde. No, capelli troppo corti.
Di nuovo il quadro dove un angelo soffiava nuvole: luce dal cielo; all'angolo opposto un angelo scuro soffiava più forte nuvole: buio. Il male vince, cielo scuro. Nuvole correvano veloci......
"......lampo rosso sangue....."
Ora le cercava lui quelle folgorazioni. Aveva bisogno di altri indizi, di altri particolari.
Dietro al cielo.....
".....la stanza.......un'ombra che sapeva......risata cattiva e fuga......"
Poteva muoversi con gli occhi nella stanza solo quando riusciva a metterla un po' a fuoco. Come si fa con quei quadri che bisogna fissarli e poi andarci oltre per vedere la figura che nascondono e, una volta delineata l'immagine ed essere entrati dentro a quella dimensione, muovendo piano gli occhi si riesce a scorgere bene tutto, ma avendo l'accortezza di muoversi piano, molto piano.
".......l'uomo entra........sta chino sulla donna.......la donna giace in una pozza di sangue.......esanime.......incredula.........nel buio una smorfia.......nel buio riesce a disegnare una cattiveria quasi disumana....."
Richard cercò con gli occhi un indizio. Pupilla a destra, nulla; pupilla a sinistra, nulla; pupilla verso il basso......
"......pavimento freddo, piastrelle....."
un disegno che non si vedeva; pupilla verso l'alto, buio, nulla.
".....l'ombra si gira all'improvviso a quattro zampe....... si allontana dalla donna......ritorna.......si allontana di nuovo........ ripercorre i suoi passi ed è sopra di lei, quasi la stesse annullando........poi scivola in un angolo.......di nuovo sulla donna......con la mano le accarezza i capelli........"
Un urto leggero, ma sufficiente a scuoterlo. La persona si scusò, la pupilla perse la presa, il cielo del quadro tornò celeste, l'angelo buono aveva soffiato via le nuvole. Richard non disse nulla. Osservò la donna che lo aveva urtato. Scarpe con il tacco, tailleur nero, circa 50 anni.
No, troppi.
Sul terzo lato del salone ancora una tela, un quadro dal titolo "Oltre l'orizzonte". Una scogliera a strapiombo sul mare a sinistra, a destra una baia tranquilla. Ancorata in quella baia una barca di pescatori: reti disposte ad asciugare e remi scrupolosamente incrociati a prua. In mezzo il mare. Colori tenui, tendenti dall'azzurro al rossiccio. Sullo sfondo il sole, che ormai giunto alla fine della giornata, stava per nascondersi dietro quella linea immaginaria.
Oltre l'orizzonte.........
".......la stanza.....la donna sul pavimento in posizione fetale......si lamenta......tiene la mano sul fianco ferito.....la bestia.....pronta a dilaniare......a ferire di nuovo.......pronta a giocare ancora con la sua preda.....prima di finirla......"
Richard deglutì e con la mano si terse la fronte, senza staccare gli occhi da quel dipinto. Sapeva che se lo avesse fatto avrebbe perso fotogrammi importanti. Tornò a concentrarsi, tenendo gli occhi sbarrati......
"........l'ombra......sempre la stessa ombra di uomo.......si dirige verso la bestia......la guarda.....la bestia ora è immobile vicino alla preda......fissa l'ombra che avanza ancora.....penetra nella bestia......scompare dentro di essa......come se la bestia l'avesse respirata....."
- Magnifico questo quadro vero? -
Ma Richard non rispose. Pensò solamente che se quella persona avesse visto quello che lui stava vedendo ora, non l'avrebbe di certo definito magnifico.
Ancora una scossa che cercò di reprimere, ma era sempre più difficile......
"......la bestia si alza ora......cammina a due zampe.......è come se l'ombra, penetrando in lei, le avesse trasmesso un po' della sua umanità.....la fiera fa un respiro profondo.....inala l'odore del sangue......ride.....soddisfatta ed appagata......"
- Mi scusi, sono veramente mortificata! - Una ragazza lo aveva urtato con una cassa contenente vuoti di bottiglia. Era addetta al servizio. Richard lo capì dalla divisa rossa e blu e da quell'orribile cappellino con la scritta "Fast Service".
Richard si voltò e la osservò in modo freddo e distratto, quasi un po' vuoto, come osserva una persona che si è appena svegliata da un lungo sonno e necessita di un po' di tempo per mettere in moto i cinque sensi.
Non indugiò molto su quella ragazza. Non l'aveva nemmeno ascoltata nel suo scusarsi, concentrato com'era a cercare quella donna, e inconsciamente, senza quasi nemmeno rendersene conto, si era chinato ad aiutarla a spingere quella cassa.
- No lasci stare! - disse lei
- Non vorrei approfittarne. Poi se mi vede il capo stavolta mi uccide! -
Richard si rialzò, le sorrise, cercando di essere cortese, senza quasi guardarla negli occhi, troppo intento a scrutare nel salone, a cercare nelle sue visioni un aiuto.
Si allontanò.
Il tempo trascorreva inesorabile. Aveva perso le visioni, non era più riuscito ad entrare in quella stanza. Una morsa attanagliava il suo stomaco. Il senso di impotenza era forte dentro di lui. Trovava terribilmente angosciante sapere e non potere agire, non poter dare un concreto aiuto a quella donna. Si sentiva un po' assassino, un po' complice di quel silenzio, di quel sangue, di cui il mostro era assetato.
La gente cominciò a scivolare via da quella mostra, il salone aveva ospitato a lungo i suoi passi nervosi.
Ormai non c'era più alcuna possibilità e prese le scale.
I gradini erano regolari e i pensieri poggiavano ad ogni passo e rimbalzavano ritmicamente nella loro rassegnazione. L'abitudine del consueto consente di mettere a disposizione solo una parte del cervello e lasciare libero il resto di spaziare. Gli capitava a volte anche in automobile: si trovava a chiudere lo sportello e non sapere neppure come avesse fatto ad arrivare al lavoro. Aveva percorso la strada automaticamente: questo lo affascinava, ma allo stesso tempo lo impauriva.
In queste circostanze lo sguardo vaga tutto, scorre via, finchè non avviene qualcosa, finché una geometria, un disegno, un viso, un suono non cattura tutti i sensi.
Un po' come un colpo di fulmine. Si cammina per strada, si incontrano mille persone, mille vite, mille occhi, mille bocche, mille modi di portare i capelli, mille modi di camminare, di fumare, di sbuffare, di portare le borse della spesa, mille modi diversi di indossare i pantaloni, le gonne e tutti questi mille modi ti scivolano alle spalle, li macini sotto i tuoi passi che puntano dritti alla tua meta. La strada è dritta, i pensieri tanti: la famiglia, i figli, l'amore, la vettura dal meccanico, le ferie, il lavoro, ma all'improvviso in mezzo a quei mille la scintilla. Un qualcosa o un qualcuno che si sposa forte con un disegno sconosciuto che ci è scritto nella testa. I contorni si sovrappongono perfettamente e l'energia è tale che quel suono, quegli occhi, quel camminare cattura l'attenzione e non c'è più lavoro, né automobile, la vita non scivola più dietro alle spalle, non ci cammini più sopra. Anzi, focalizza tutto su di sé e ti sveglia dal tuo mondo riportandoti violentemente alla realtà.
Allo stesso modo, nello scendere ripetitivo di quei gradini, all'improvviso la sua attenzione fu rapita violentemente: era tornato direttamente dai suoi pensieri a quelle scale.
Non aveva messo a fuoco il perché: si fermò, mancava il particolare, ma era sicuro di averlo percepito.
Si girò, appoggiò la mano sul parapetto freddo, in marmo, della scala e il piede sinistro sull'ultimo gradino, quasi volesse tornare sui suoi passi. Invece indugiò, riguardò la rampa di scale sulla quale non aveva incrociato nessuno. Di questo ne era certo.
Restò fermo a fissare le scale per un po', non riusciva a creare il collegamento, come quando non ti viene in mente il titolo di una canzone, ma la canti dentro nota per nota per trovare l'appiglio.
Si voltò e fissò il pavimento di quel piano, le piastrelle, il disegno. Scosse la testa, riguardò attentamente: sì, lo stesso disegno della stanza buia, non aveva più dubbi.
Ritornò a sperare, forse era ancora in tempo, forse c'era ancora una possibilità.
Su quel piano si affacciavano tre porte, quindi c'erano tre stanze, che, probabilmente avevano la stessa pavimentazione. Quindi il delitto stava per essere commesso proprio lì, a due passi da lui. La "bestia" era pronta ad uccidere, se già non lo aveva fatto. Scese anche l'ultimo gradino, accelerò la sua andatura e si diresse verso la prima delle tre porte. C'era scritto "Vietato l'accesso ai non addetti". Provò comunque a far scorrere la maniglia verso il basso: chiusa. Sentì dei brividi che aumentavano via via che il tempo scorreva ed anche il suo respiro si fece affannoso. Una corsa contro il tempo. La seconda era una porta a doppia anta ed era bloccata da un lucchetto: "Attenzione pericolo". Nel leggere questa frase a Richard venne quasi da ridere. Continuò a controllare il pavimento che si fermava sulla soglia di quelle porte. Sì, era proprio quello che lui aveva visto nei flash: una geometria di ellissi che andavano perfettamente a combaciare le une con le altre.
Richard si fermò sulla terza porta, ma sapeva, sapeva con certezza che si sarebbe aperta. Ebbe paura, paura di trovare la donna già morta, paura di trovarsi faccia a faccia con l'omicida. Si mise una mano in tasca a cercare qualcosa per eventualmente affrontare l'assassino. Lasciò la mano lì, aprì la porta ed entrò.
Non c'era molta luce. Una lampadina appesa a dei fili traballava, disegnando giochi di ombre sulle pareti, ombre scure, minacciose. Richard trattenne il respiro e si fermò ad osservare la donna . Non voleva che lei si spaventasse nel vederlo e gridasse. Sarebbe intervenuto al momento opportuno. La ragazza stava sistemando le casse, una bella fatica per una figura così esile. Le metteva scrupolosamente al loro posto, allineandole le une sulle altre. La ragazza si sedette per un attimo su una delle casse più basse a riprendere fiato, non senza essersi prima assicurata di essere sola. Aveva cercato un posto di lavoro a lungo e non voleva perderlo nel caso qualcuno la stesse controllando.
No, era sola.
Faceva caldo lì dentro, molto caldo. La giovane donna si asciugò il sudore con un fazzoletto, avendo cura di passarlo ben bene sulla nuca, sulle guance arrossate e sulla fronte. Fu mentre si asciugava la nuca che il cappellino scivolò in basso.
- Maledette forcine! Non tengono niente! -
Raccolse il cappellino e lo poggiò sulla cassa vicino a lei. Tolse con cura le forcine che erano rimaste impigliate nei capelli sciogliendoli da quel nodo costrittivo. Una cascata di capelli neri, lunghi. La ragazza mise le forcine fra le labbra e sollevò le braccia per riannodare i capelli e nasconderli di nuovo sotto il cappellino.
Un uomo si avvicinò all'improvviso come se si fosse materializzato dal nulla bloccandola in quella posa statuaria.
- Shirley! -
La ragazza sobbalzò e nell'aprire le labbra in una fessura di meraviglia perse le forcine che caddero a terra. Si sparpagliarono sul pavimento.
- Come sa il mio nome? -
- L'ho letto sulla targhetta che porta sulla divisa. -
- Cosa vuole? Che ci fa qui? -
- Non si spaventi. Non voglio nulla. Solo aiutarla. Sono pesanti queste casse per lei -
L'uomo, tenendo una mano in tasca, continuò ad avvicinarsi.
Shirley si alzò di scatto:
- Ho finito. Possiamo andare. -
- No, non abbiamo ancora finito Shirley, non abbiamo neanche iniziato - e mettendole una mano sulla spalla la costrinse a sedere di nuovo sulla cassa. L'uomo prese ad accarezzarle i capelli. Shirley pensò che se non si fosse ribellata forse lui avrebbe smesso. Aveva paura, una paura folle. Lacrime di terrore scendevano sulle sue guance, che in un attimo avevano perso tutto il loro colorito. Si alzò di nuovo:
- La smetta ora, per favore. -
Shirley guardò l'uomo negli occhi e ne ebbe paura, il suo volto era cambiato, si era quasi "disumanizzato". Sembrava una belva in cerca di sangue, in cerca di una preda e capì troppo tardi che la preda ambita era lei.
La mano di quell'uomo indugiò con un barlume di titubanza, come la mano di una artista, di un pittore che danza tra i colori per trovare quello giusto e ad ogni colore si ferma un secondo. Non è soddisfatto e sa che più avanti ce ne sarà un altro che più si addicerà. E in questa indecisione si nasconde l'amore per quel dipinto, il cuore che ci si mette nel fare, nel disfare, nel modellare, nel cercare. Allo stesso modo l'uomo indugiò tra i capelli della ragazza, tra quello che nascondeva nelle tasche e tra il tagliacarte appoggiato su una cassa lì vicino.
Alla fine il colore giusto era quello: era il grigio freddo, metallico di quella lama assetata di prendere un po' di vivacità, di macchiarsi di quel rosso acceso che significa, nel suo scorrere nelle vene vita da vivere e nel suo scorrere in superficie vita che se ne va.
Fervida, fredda, improvvisa e tremendamente lucida, una coltellata. Shirley gemette per il dolore e urlò per il terrore. Si accasciò a terra, la gonna scomposta, perdeva sangue dal fianco sinistro.
Si stava formando una pozza intorno a lei. Si rannichiò in posizione fetale, quasi a proteggersi dagli altri colpi che, sapeva, stavano per esserle inferti. L'uomo la guardò con occhi silenziosi, con occhi abituati ad assistere al dolore. Fece per allontanarsi, ritornò di nuovo presso di lei, di nuovo si allontanò e poi si inginocchiò a quattro zampe vicino alla donna.
Shirley continuò a lamentarsi con un gemito raccolto. Non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto che la morte stava mietendo un'altra vittima. Si teneva la mano sul fianco ferito, la bestia voleva giocare ancora con la sua preda prima di finirla. Sentiva il suo respiro vicino: non credeva possibile una simile ferocia.
Con una mano l'uomo continuò ad accarezzarle i capelli, mentre con l'altra infliggeva altri colpi, ancora, ancora, senza nessuna pietà, costruendo un gioco senza ragione, un gioco che era sconcertante non tanto per la violenza quanto per la freddezza dettata da una evidente propensione ad uccidere.
Si fece in avanti col viso, si pulì le mani sporche nei capelli di Shirley e respirò profondamente l'odore del sangue, come a volersi ubriacare; un odore acre, pungente.
Voleva inalare l'ultimo respiro di quella ragazza, voleva seguire il suo sguardo spegnersi.
Shirley morì così, in silenzio, in una stanza buia. Morì senza motivo, senza la possibilità di urlare al mondo chi fosse, senza aver mai picchiato i pugni sul tavolo, senza aver mai alzato la voce. Morì prima di aver avuto la possibilità di rimandare tutto.
L'ombra soddisfatta ed appagata si dileguò da una porta che dava sul retro. Nell'allontanarsi la sua espressione si stava di nuovo umanizzando.
L'uomo percorse il vicolo con calma, tranquillamente. Solo i suoi occhi tradivano l'eccitazione che aveva provato nell'uccidere. Un cassonetto: gettò il coltello dentro di esso.
Si diede una sistemata al vestito e dal vicolo uscì nella strada principale.
Riprese così la sua strada, i suoi passi e la sua vita, la vettura dal meccanico, i figli. Guardò l'orologio: era tardi, aveva perso troppo tempo a guardare quei quadri.





